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E Mario, ferito a sangue, urlò: “Ma non ti dissi che si tratta della mia gola? Per questa la prosa del Fogazzaro, del De Amicis o la mia fanno lo stesso”. Era una bella e buona bugia, ma non era accorto Giulio a rilevarla. Disse mitemente: “Tu sai ch'io amo la tua prosa più di quella di tutti gli altri. Non sto a sentirla ogni sera da tanti anni, benchè la sappia quasi a memoria? Solo mi seccano le correzioni. Noi che non siamo letterati, amiamo le cose definitive. Se in nostra presenza si cambia una parola, non crediamo vera tutta la pagina”. L'ammalato aveva dato segno di un certo talento critico me nello stesso tempo di un'ingenuità sconfinata. Aveva dunque fatto leggere a Mario delle cose ch'egli già sapeva a memoria? Non era un rimprovero atroce cotesto? L'ira di Mario traboccò e una volta che la lasciò erompere ne fu più pervaso lui stesso come accade sempre ai letterati per i quali la parola non è uno sfogo ma un eccitamento. Esclamò mettendo anche nella voce tutto il disprezzo che seppe: “Ecco, tu accetti la letteratura con la stessa smorfia con cui inghiotti il tuo acido salicilico. È addirittura offensivo. Si può anche dedicarsi alle cure, ma non oltre ad un certo segno. La propria vita non può essere tanto importante che per prolungarla valga la pena di trasformare in clisteri tutte le cose più nobili di questa terra”. La letteratura, attaccata, aveva reagito offendendo la malattia. Profondamente, Giulio cercò la parola ma non trovò neppure il fiato. Mario andandosene aveva rinchiuso la porta, ma la notte dell'ammalato fu tutta insonne, perchè egli la passò dapprima cercando di convincersi che non era colpa sua se era ammalato, ciò ch'era difficile, visto che il suo medico continuava ad asserire che la malattia era stata provocata da errori di vita e di dieta; eppoi ad indignarsi contro Mario che disprezzando le cure cui egli era costretto, dava segno di voler la sua morte. Ma non tutta la notte egli passò in discussioni col fratello assente. Vide meglio che mai l'inutilità della sua vita. Ora capiva con piena chiarezza che, vivendo, egli non truffava la morte, ma la vita che non voleva saperne di ruderi come lui che non servivano a nulla. E ne fu profondamente accorato. Mario sentì qualche esitazione ed anche già qualche rimorso, prima di aver finito la sua diatriba. Ma la finì tutta, arrotondandola anche con quella sputacchiatura sprezzante sulle cure, con la quale attribuiva loro quale emblema il clistero. La finì sebbene s'accorgesse che l'occhio di Giulio s'era fatto supplice, nella debolezza che sentiva, vedendosi aggredito nell'essenza della propria vita. Ma Mario componeva. Scoperto quel clistero immaginoso, ebbe la stessa soddisfazione come se avesse composto una favola. Poco dopo, nella solitudine della sua stanza, la soddisfazione di Mario diminuì. Tutte le composizioni avvizziscono e già quel clistero non gli parve più una gran cosa. Era però tuttavia irato come un Napoleone offeso: anche la letteratura ha i suoi Napoleoni. Non sarebbe stato il dovere di Giulio di assisterlo nel suo lavoro? E per allora Mario finì col compiangere se stesso. Doveva sopportare tutto, lui: oltre al resto anche la bestialità di Giulio e il rimorso di averlo offeso. Però ad onta di tanta ira, sentendosi superiore di molto all'ammalato, e senza un'intera convinzione del proprio torto, sarebbe volentieri andato da Giulio a domandargli scusa. Ma sentiva che non avrebbero riparato a nulla le parole sole, le quali non avrebbero potuto non contenere qualche rimprovero a tutela della propria dignità. Occorre ben altro che parole per guarire le ferite prodotte dalle parole. Perchè era vero che la vita di Giulio non meritava di essere vissuta, e chi glielo aveva detto, aveva rivelato una verità che ora non si poteva più negare o dimenticare. Le cose non dette hanno una vita meno evidente di quelle che sono state rilevate dalle parole, ma una volta che questa vita l'hanno acquistata, non se la lasciano sminuire da altre parole soltanto. E Mario si chetò col proposito di ripristinare gli antichi affettuosi rapporti col fratello, quando il suo grande successo sarebbe stato noto a tutti. Certo allora la sua parola sarebbe bastata a conseguire qualunque effetto.

 

 

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Mario, muy ofendido, gritó: "Pero no te dije que se trataba de mi garganta? Si es la prosa de Fogazzaro, de De Amicis o la mía da igual". Era un mentira bella y buena, pero no era muy astuto de la parte de Giulio revelarla. Dijo de manera conciliadora: Tu sabes que amo tu prosa más que la de todos los otros. Acaso no la oigo todas las noches desde hace tantos años, a pesar de que me la sé casi de memoria? Lo único que me fastidia son las correcciones. Nosotros, que no somos literatos , amamos las cosas definitivas. Se si cambia en nuetra presencia una palabra, nosotros ya no creemos en la veracidad de toda la página." El enfermo había dado muestra de un cierto talento crítico, pero al mismo tiempo de una ingenuidad increíble. Había acaso hecho leer a Mario cosas que él ya sabía de memoria? No era esto un reproche atroz? La ira de Mario llegó a su colmo y cuando la dejó reventar esta iba todavía creciendo como suele suceder a los literatos, por los cuales la palabra no es un desfogue sino una excitación. Gritando metió en su voz todo el desprecio que pudo: "Así que tú aceptas la literatura con la misma mueca con al que tragas tú ácido salicilio. Es un real insulto. Uno puede dedicarse a curarse, pero todo tiene su límite. La propia vida no puede ser tan importante que para prolongarla se convierta la cosas más noble de esta tierra en un clistel." La literatura atacaba, había reaccionado ofendiendo la enfermedad. Giulio buscó una respuesta, pero no encontró nisiquiera aliento. Mario había cerrado la puerta cuando se fue, pero el enfermo pasó toda la noche insomnio, porque primero primero trató de convencerse que no era su culpa que estaba enfermo, algo difícil de creer, porque el médico ne dejaba de afirmar que la enfermedad era el resultado de los errores que había cometido en la vida y de su dieta. Después se indignó de Mario, que despreciando su medicina había dado por entender que quería que muriera. Pero no toda la noche la pasó discutiendo con el hermano ausente. Más claro que nunca veía la inutilidad de su vida. Ahora entendía con toda claridad que viviendo él no engañaba la muerte, sino la vida que no quería saber nada de una zozobra como él que no servía para nada. Esto le afligió muchísimo. Antes de que había terminado su tirita, Mario y dudaba y sentía remordimientos. Pero no dejó de terminarla por ello, redondeandola incluso escupiendo lleno de desprecio sobre los medicamentos haciendo el clistel el emblema de ellos. La termino a pesar de que se daba cuenta que el ojo de Giulio se había hecho sublicante, en la debilidad que sentía al verse agredido en lo más íntimo de su ser. Pero Mario seguía. Una vez descubierto aquel clistel imaginario, tenía la misma satisfacción que tenía al escribir una fábula. Poco después, en la soledad de su cuarto, la satisfacción de Mario disminuyó. Todas las composiciones marchitan y aquel clister no le pareció más gran cosa. Sin embargo era todavía enojado como un Napoleón enfadado: La literatura también tiene sus Napoleones. No sería el deber de Giulio de asistirle en su trabajo? Y por ahora Mario acabó por compadecerse de sí mismo: Aparte del resto también la bestialidad de Giulio y el remordimiento de haberlo ofendido. Pero a pesar de toda la ira, se sentía muy superior al enfermo y sin que ser enteramente convencido de su culpa, habría ido con mucho gusto a Giulio para excursarse. Pero sentía que solo con palabras, las cuales habrían debido contener algunos reproches para mantener su dignidad, no habría endemnizado nada. Hace falta otra cosa que palabras para curar heridas que habían sido producidas por palabras. Porque era verdad que la vida de Giulio no merecía de ser vivido y el hecho de haberselo dicho había revelado una verdad que ahora no se podía negar o olvidar. Las cosas que quedaron inexpresadas tiene una vida menos evidente que aquellas que han sido reveladas por las palabras y no se las puede deshacer solo con otras palabras. Mario se propuso de restablecer la vieja relación cariñosa, cuando todo el mundo se había enterado de su gran éxito. Entonces su palabra bastaría para producir cualquier efecto.






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